Commento al commento
febbraio 16, 2007
Non mi va di dare giudizi. Non mi va di dover rivedere le mie impressioni. Capire dove si è sbagliato è sempre un’azione che chiede coraggio. Chi ha lasciato quel commento al post del 10 febbraio forse di coraggio ne ha da vendere. O forse non ne ha. Nascondersi dietro un nome che ha un significato ben preciso per me, come ho stupidamente confessato, è un modo ambiguo di rivolgere delle accuse. Il mio passato è lontano.
Il giardino degli altri
febbraio 10, 2007
Negli ultimi tre giorni mi sono chiesto se continuare a scrivere questo blog. Leggendo gli altri sparsi e dispersi nella rete si trova di tutto, da questioni molto serie alle stupidaggini più inutili. Mi chiedo se la mia deriva voyeuristica abbia davvero un senso, anche solo per me.
Pensieri
febbraio 6, 2007
Scrivere e pubblicare ti costringe a immaginarti come gli altri possano farlo. Specie scrivendo in prima persona. Mi rileggo ed è un po’ come ritrovarmi ad osservare la vita di qualcuno che non conosco e che si conosce malamente lui stesso. Credo che gli uomini, specie quelli della mia generazione, siano poco consapevoli della propria vita emotiva. Le donne sono forse meglio addestrate. E allora scopro che questo raccontare è diventato un lavoro di analisi, trovandomi costretto a chiedere il perché delle azioni che compio e di quelle che invento.
Forse seguo le donne per proteggerle, forse le seguo per proteggere me stesso. Forse spero ogni volta che si accorgano della mia presenza e che mi accolgano, cosicché da controllore mi ritrovi controllato, vegliato. E allora forse non è un caso che quella donna si sia accorta di me. E, infatti, ne ho provato un piacere infantile. Essere scoperto a spiare la mamma attraverso la porta del bagno. Sorpreso sorprendere e venire invaso da quella energia repressa dalla paura di essere scoperto. Farsela nei pantaloni per l’emozione.
Forse, banalmente, è richiesta di aiuto. Forse. Ma chiedere aiuto è mescolare carte truccate a quelle sane. Non posso più essere sicuro della genuinità dell’affetto che ricevo, del piacere, del valore. E ogni giorno che mi affaccio su questo giardino che è il mio blog, mi scopro deluso nell’accorgermi che nessuno ha lasciato messaggi. Eppure mi sono stupito e spaventato quando qualcuno ne aveva lasciati! Quanta ipocrisia, mio dio. E io non sono ancora così vecchio da sentirmi libero da certe forme. E probabilmente non lo sarò mai.
Forse non sono mai stato amato abbastanza da liberarmene. C’è stata Marianna, l’unica donna che abbia saputo vestire perfettamente il mio animo. Così poco. Morta suicida, ingiustamente. Così ingiustamente che non sono mai riuscito a convincermi che avesse potuto andarsene così. Ho cercato di conservare unicamente i ricordi della nostra vita insieme, felici. Ma li ho talmente consumati negli anni che li ritrovo fragili e sbrindellati. Mi restano le pagine bianche e quelle sporche di sangue; non so cosa farne.
Piacevole dipendenza
febbraio 4, 2007
Sono trascorsi molti giorni da l’ultima volta che ho scritto. Non è successo niente di straordinario, semplicemente il mio computer ha smesso di funzionare. Ora ne ho un altro. “Potente e veloce” mi ha assicurato il venditore. Chissà. In fondo non hanno grande importanza le qualità della macchina, mi interessava più che altro non interrompere la scrittura. Rendermi conto che questo blog è diventata una piacevole dipendenza mi ha stupito. Chi l’avrebbe mai detto, io, Davide Auseri, dipendente dalla tecnologia. Fino a poco tempo avrei riso se qualcuno l’avesse anche solo figurata una cosa del genere. La verità è che si cambia, anche quando si è in là con gli anni.
Sarà dovuta alla lunga assenza, ma oggi ho voglia di scrivere. In effeti, in questo periodo mi sono successe molte cose. Ho bisogno di raccontarle, non c’è niente da fare. L’idea che qualcuno le possa leggere mi stimola a vederle sotto un’altra luce, a cercarne ancora. Rischiando. Qualche giorno fa infatti è successo che una giovane donna, studentessa, credo, si è accorta di me, della mia presenza. Stavo prendendo una caffè all’interno di un bar del centro. Guardavo attraverso la vetrata. Nulla in particolare. Guardavo e basta, quando è passata lei. Mi ha colpito la sua bellezza soave, contenuta, mi ha subito ricordato una ragazza indiana che qualche anno fa ha lavorato per Carlo come segretaria. Sono uscito velocemente dal bar lasciando una lauta mancia, in verità dimenticando il resto. Mi sono messo dietro di lei e l’ho seguita per un po’. Forse la foga, non lo so che mi è preso, mi sono avvicinato troppo e dopo un po’, direi inevitabilmente, si è accorta di me. Secca, senza esitare si è girata e mi ha detto “la smetta di seguirmi altrimenti mi metto a gridare”. Dopodiché ha ripreso il passo. Io sono rimasto immobile. Non sapevo che fare, non avevo avuto nemmeno il tempo di giustificarmi. Non mi ha fatto paura. Non mi sono sentito imbarazzato. Pensavo solo che il mio computer era rotto e che non potevo scrivere su questo blog quello che mi era successo.
Alba
gennaio 19, 2007
Passano le ore di veglia e perdo la lucidità, inevitabilmente. La Brianza mi riempie di orrore. Voi guardate a queste case isolate e forse siete affascinati dalla vita ingenua che vi si conduce. Le guardo io e l’unico pensiero che mi viene in mente è la sensazione del loro isolamento e dell’impunità con cui un crimine può esservi compiuto… Lo so per esperienza, passo gran parte del tempo nei bar della provincia, ma quelle facce e quelle ragazze irrancidiscono il mio rancore, verso sera vado a Milano. Studio la gente e continuo a bere, all’ora dell’aperitivo un uomo come me non dà nell’occhio. Finché una giovane non incrocia il mio sguardo, spesse volte per caso. È lei che mi sceglie, e divento qualcosa come il suo angelo custode. L’ho seguita a casa più tardi, ho aspettato in macchina che ne riuscisse rinfrescata, l’ho seguita al ristorante con un paio di amiche, vegliando di lontano. Poi ancora, a casa di una di queste. Avrei dovuto riaccompagnarla. Ma mi sono svegliato all’alba, la testa che girava e il collo che doleva. Intirizzito per il freddo, dentro l’abitacolo della mia auto. Devo imparare a evitare questo genere di imprevisti.
Quello che di peggio
gennaio 17, 2007
Succede di nuovo, l’insonnia, ma questa notte non ho neppure tentato di distendermi. Sento la tensione e il disagio nelle membra, come se non appena mi rilassassi qualcosa di male mi attaccasse. Un brutto pensiero per esempio, quel senso di colpa che non riesco a scacciare mai completamente. E faccio di tutto per aggrapparmi ai ricordi belli che ho di lei, di noi, che eravamo un po’ il suo sogno e la sua creazione. Eppure non riesco a prescindere da tutto quello che è arrivato dopo, dopo la sua scomparsa, così immotivata e così inspiegabile. Non se lo aspettava? Mi chiese allora la polizia. Come si possono aspettare certi dolori? Non posso credere mi abbia lasciato di sua volontà, per quanto mi avrebbe aiutato a vivere. Io l’amavo. Eppure so che le donne sono minacciate. Ogni volta che mi sono allontanato, per paura negligenza o confusione, le ho sapute spezzate nei più orribili dei modi.
Notte
gennaio 16, 2007
La serenità se ne va, come in un attimo. Mi sveglio sudato nel letto spaventato e stordito. Mi sento in trappola, catturato in un lampo di terrore che tento di scacciare con un brivido, i muscoli della schiena e del collo che si contorcono a espellere un cattivo pensiero. Riacquisto una calma apparente, ho imparato controllare certi attacchi di panico, ma c’è una parte di me che continua ad avere voglia di urlare e di piangere. Ho aperto la finestra e mi sono vestito lasciando entrare l’umidità della notte. Poi sul sedile della mia auto ho cominciato a stare meglio, guidare mi distende. Ho girato certe zone di Milano in cerca di compagnia, ma poi non avrei saputo cosa chiedere. Sono restato in disparte a osservare, dal finestrino della macchina, poi sono entrato in un bar. Avevo voglia che mi tornasse sonno, il sonno non veniva e mi sono sentito vecchio.
Il mio presepe
gennaio 14, 2007
Ci sono giorni in cui le persone si compiacciono dello stare tra la gente e si espongono. Certe volte capita la domenica, se all’improvviso c’è il sole dopo giorni di nebbia e umidità. Allora all’improvviso ci si rallegra che sia domenica e i padri di famiglia, usciti per il giornale, si fermano in pasticceria a comprare qualche dolcetto per il pranzo. Io cerco una panchina assolata in una pizza o intorno ad una aiuola e mi siedo a guardare le ragazze rumene che si trovano sfaccendate per la giornata libera. Ci sono posti dove aspettano il camioncino che porta notizie e pacchetti da casa, e altrettanti ne porta via. Non sento nessuno che si sia, anche solo un attimo, smarrito, nessuno che valga la pena di seguire o riaccompagnare a casa. Ognuno è esattamente dove dovrebbe essere, come nel presepe. In giorni come questo è la vita che mi gira intorno, senza nessuna angoscia. Contento come sono di essere solo e sfaccendato.
Marianna
gennaio 8, 2007
Non è a caso che scelgo la donna che mi colpisce. Non è neppure con impudenza. Il dettaglio svia qualche volta. Quello che seduce è piuttosto una certa aria di famiglia, qualcosa come una atmosfera, un arredo. Non uno stile di vita, ma una vita possibile. Un calore, un modo di abitare gli spazi, un modo di appropriarsene. E di lì l’immaginazione conduce verso la narrazione di una vita vissuta, foss’anche lontano. Non posso fare a meno di immaginare come saprebbe guardare dopo un sonno vicini, con amore, con rabbia, con pietà, con umiliazione? Credo che gli uomini abbiano paura di quello sguardo. Io ho sposato la donna che mi ha saputo dare la pace dopo una nottata di pensieri vigliacchi. A volte mi manca violentemente, come oggi. Allora la cerco nelle donne che mi passano accanto, non tutta intera, ma a pezzetti. L’età e il modo fragile e gentile nel quale sono stato educato mi rendono innocuo e benvoluto. È un poco umiliante se vogliamo, ma non ho avuto la fortuna di rimanere incastrato nei suoi trentacinque anni. Sono dovuto sopravvivere.
Tutto ciò che è nero prima o poi sbiadisce
gennaio 7, 2007
Lo dico apertamente, la gonna è l’indumento che preferisco. Non ne faccio una questione di distinzioni ma semplicemente un parere di gusto. Sarà forse dovuto all’infanzia, quando così piccoli ci si appendeva a quella della mamma, ma anche a quest’età, alla mia età, capita di stringere la gonna di qualche passante. Certo, non materialmente, ma con un po’ di fantasia. Quella di ieri era nera, leggermente sbiadita. Chi la indossava aveva circa trent’anni. Portava scarpe sportive piuttosto appariscenti. Lo dico perché non sono stato il solo a notarle. Intorno a lei tutti le guardavano. Alcuni approvavano, altri un po’ meno. Sarò rimasto attaccato alla sua gonna per un paio di chilometri. A un certo punto le sono stato di fianco per pochi secondi. Quando l’omino del semaforo si è fatto verde mi sono lasciato superare e ho continuato a seguirla. Mi chiedo che figura farei se qualcuno un giorno mi notasse.